Assobiotec controreplica su staminali cordonali

2012_10_15_assobiotech15/10/2012 Quotidiano Sanità – Abbiamo letto attentamente la replica di Giuliano Grazzini e Alessandro Nanni Costa al nostro comunicato sulle banche cordonali e, confessiamo, abbiamo alcune perplessità.

Innanzitutto non ci convincono la sufficienza e la titubanza, proprio mentre si dà il Nobel a chi porta avanti ricerche sulle cellule staminali, con cui si guarda ad un domani – che spesso è già oggi – in cui queste cellule vengono utilizzate per la medicina rigenerativa e la bioingegneria.

Si parla, ripetiamo, con sufficienza, di “casi aneddotici”, dimenticando che sono anche questi casi che hanno fatto e fanno la storia della medicina. Ricordate le prese in giro a Jenner ed alla “vaccinazione”? O il gelo e la diffidenza intorno a Barnard e al trapianto di cuore? Ovviamente oggi vengono ricordati come pionieri e a loro va la gratitudine di tutti. Infatti la medicina corre velocemente e, mentre noi siamo qui a discutere se abbia senso o meno la conservazione autologa, in America l’FDA ha appena approvato un trattamento terapeutico per un caso di idrocefalo.

Ecco perché non ci può convincere l’affermazione italiana che, anche in campo ematologico, gli unici usi possibili delle cellule cordonali debbano riguardare i trapianti allogenici. Basti ricordare che la stessa legislazione vigente, che pure fa una scelta di campo decisa a favore dei trapianti allogenici, contrastando, nei fatti, la possibilità stessa di trapianti autologhi, consente di conservare le staminali cordonali per uso autologo, nelle banche pubbliche italiane, quando siano presenti a livello familiare gravi patologie congenite.

Tali patologie sono riportate nell’allegato 1 del Decreto legislativo 18 novembre 2009, che recita che è “scientificamente fondato e clinicamente appropriato l’utilizzo di cellule staminali da sangue cordonale… per uso dedicato al neonato con patologia in atto al momento della nascita, o evidenziata in epoca prenatale, o per uso dedicato a consanguineo con patologia in atto al momento della raccolta o pregressa”. Il Legislatore, e la comunità scientifica che lo ha ispirato, quindi, riconoscono la validità scientifica della conservazione autologa e familiare, ma acconsentono a farsene carico, anche economicamente, solo se la malattia è già stata diagnosticata prima della nascita.

Ci sembra il solito groviglio italiano che, ci auguriamo, trovi presto chiarezza. Ad ogni modo le grandi prospettive legate alla conservazione del cordone ombelicale spiegano perché numerosi Paesi europei hanno acconsentito all’apertura di centri di raccolta privati, sui propri territori (talvolta escludendo del tutto il pubblico, come è il caso della Danimarca), lasciando ai genitori la libera scelta di donare o conservare per sé, preoccupandosi unicamente di evitare che cellule preziose siano buttate via. Nel nostro Paese invece esistono vincoli fortissimi, tra cui il costo elevato del ticket sanitario relativo all’autorizzazione ministeriale (benché ammissibile in quanto corrispondente ad una richiesta privata) che va oltre ogni possibile immaginazione e che crea un muro tra chi se lo può permettere e chi no. Per non parlare dei vincoli di tipo logistico che rendono difficile la conservazione delle cellule cordonali. Basti pensare che, anche quando il genitore volesse scegliere la donazione solidale, dovrebbe augurarsi che il parto avvenga in “orario di ufficio”, per essere sicuri della presenza di personale idoneo a gestire il campione, perché altrimenti viene buttato.

E, d’altra parte, i continui tagli al budget sanitario (altri 600 milioni di Euro, in queste ore) non fanno certo sperare in un miglioramento della situazione. Situazione che, a differenza di quanto pensano Nanni Costa e Grazzini, non ci sembra esente da inefficienze e sprechi: 19 banche sul territorio nazionale, il 10% di quelle mondiali, e che, tutte insieme, assicurano solo una esigua raccolta dei campioni ad oggi effettivamente necessari all’Italia. Come spesso accade nel nostro Paese, il sistema sembra rispondere non agli interessi di tutti, ma solo di pochi. E a spese, queste sì, di tutti! E invece, ed è questo il senso del nostro intervento, proprio per raggiungere l’obiettivo degli 80.000 campioni stoccati, che corrisponde al reale fabbisogno dell’Italia, le banche private potrebbero aiutare il settore pubblico conservando i campioni al loro posto come parte terza. Questa ipotesi, la cosiddetta sussidiarietà, è reale e concreta, e nasce dall’evidenza che la situazione attuale è insoddisfacente; che, per di più, alcuni operatori, avendo contenitori ormai prossimi alla saturazione, e non avendo risorse per nuovi investimenti, finiscono per scartare campioni più che accettabili.

La sinergia pubblico-privato potrebbe essere vincente per evitare che il Ssn impegni altre risorse al fine di investire in nuovi spazi e nuove tecnologie per la raccolta, soprattutto in un momento in cui le risorse scarseggiano. Già oggi, come tra l’altro previsto dal Decreto Legislativo 191 del 6 Novembre 2007, le banche pubbliche possono fare affidamento su quelle private per il trasporto, lo stoccaggio e la conservazione di tessuti e cellule in casi di emergenza (disaster recovery plan). Riteniamo quindi che esistano già forti punti di collaborazione tra le 19 banche pubbliche e il privato al fine di migliorare la sicurezza e consentire la gestione di sempre maggiori volumi di campioni e trapianti.

La conservazione privata non è quindi in conflitto o in concorrenza con la conservazione pubblica. Si tratta di due sistemi complementari che, se ben regolati, possono favorire la conservazione complessiva di questo prezioso materiale biologico, l’avanzamento scientifico e tecnologico, e, fatto non trascurabile in un Paese che vuole essere liberale, la libera determinazione dei genitori in merito all’uso che intendono fare del sangue cordonale dei propri figli.

Alessandro Sidoli

Presidente Assobiotec

Patologie curabili

Il primo trapianto di cellule staminali del sangue cordonale è stato effettuato nel 1988 in un paziente…

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